Quella che – secondo l’opinione generale – è chiamata “famiglia”, svolge funzioni diverse nella società. Per dirne qualcuna: è il contesto nel quale si sviluppa il cosiddetto amore per l’altro; è l’ambito nel quale la coppia esprime la propria sessualità; è un posto dove si incontrano il maschile ed il femminile; è il contesto nel quale è concepita la nuova vita; la moglie porta a compimento la gestazione della nuova vita; è il luogo dove si esplica la genitorialità nei suoi diversi aspetti (amore paterno e materno per i figli; relazione educativa con i figli..); è il contesto della sperimentazione del gruppo; si sperimenta la dimensione della fratellanza; è una opportunità di convivenza solidaristica; è uno spazio di intimità rispetto al resto della società; è uno spazio per l’economizzazione delle risorse (umane, finanziarie, materiali) e delle energie; e così via. Di fatto la storia e la cronaca segnalano che queste funzioni, non necessariamente trovano una esplicazione all’interno del contesto familiare. Che insomma non è la norma che gli individui diano risposta ai bisogni sottesi a queste funzioni, all’interno di una o la medesima “famiglia”. Gli esempi non mancano: in famiglia si sviluppa anche odio, e violenza e patologia sociale; è anche luogo della prevaricazione; la sessualità è spesso spesa all’esterno della coppia coniugale; esistono le unioni di fatto omosessuali; non sempre le coppie hanno figli ne necessariamente i figli sono del coniuge; le nuove tecnologie consentono di “utilizzare” uteri altri dove sviluppare la vita; non sempre avere un figlio significa saper curare e favorire uno sviluppo affettivo e cognitivo adeguato; esiste la adozione e l’affido temporaneo dove i figli non sono di chi esercita la potesta genitoriale; talvolta la famiglia è il luogo della frammentazione e della assenza di solidarietà economica, umana; e via di seguito. Quindi perché non cambiare prospettiva? Perché non dare atto che la “famiglia” intesa come luogo “normale” (dove ideale e maggioranza della casistica coincidono) nel quale vengono (o devono essere) esplicate tutte queste funzioni, non esiste? Che, insomma, la famiglia non è la norma? Perché, invece non riconoscere che – in luogo del contesto “unico” – è la qualità del modo in cui si risponde ai bisogni sottesi alle funzioni che conta? Che, quindi, invece di tutelare la famiglia, come modello ideale, è preferibile tutelare le opportunità che favoriscono una risposta qualitativa a quelle funzioni? La norma, allora, sarebbe la capacità di dare risposte adeguate a bisogni e non tanto l’aderenza ad un modello inesistente. Domanda: se così fosse, ovvero se fosse possibile riconoscere (normativamente e culturalmente) contesti diversi e soggettività diverse che possono dare risposte adeguate ai bisogni, molte conflittualità e disagi che discendono dalla mancata aderenza ad un modello, potrebbero diminuire radicalmente?