E’ scorretto pensarci come “individui”. Più sensato è immaginarci “parte” della medesima “Cosa” e, come parti di una medesima “Cosa”, immaginarci come luoghi in cui emerge una facoltà sensoriale apparentemente autonoma dal resto. Questa facoltà, vista a livello di “io cosciente”, di fatto ci impedisce di cogliere la continuità di ciò che chiamiamo “io”, con il resto. Cos’è il “resto”? Il “Resto” è l’insieme, la totalità. Il “resto” è anche gli altri luoghi dotati di facoltà sensoria e sensificante.
Le domande “che cosa sia il reale”, “che cosa sia il reale che non percepisco” e “che cosa sia il reale che, percepito ed elaborato, presentifico in me”, possono condurmi ad un dilemma. Vale a dire: è reale ciò che percepisco del reale? E’ irreale ciò che non percepisco del reale?
Ciò che chiamo realtà, ha in sé una ulteriorità che mi è negata o almeno risulta di non immediato o facile accesso (alla coscienza, alla conoscenza, alla esperienza).
Dovrei quindi pormi una ulteriore domanda: “qual è un modo giusto per affrontare la ulteriorità del reale?” Potrei rispondere con un impegno a percorre un cammino di consapevolezza. E’ una possibilità da tenere in considerazione. C’è un’altra possibilità: è quella che l’intenzionalità, la volontà di “possedere” l’ulteriorità del reale, da parte del “luogo emergente di autocoscienza” (il vecchio individuo), non sia una funzione che trova risposta nel “tutto” o in una ulteriore “emergenza” – chiamiamola evolutiva – verso la quale potremmo procedere, ma piuttosto una nostra “inutile” sovra-eccitazione a circuito chiuso. Inutile a chi? Al “tutto”; alla ulteriorità del reale che ci rimane negata. Negata a chi? A nessun chi, non essendoci alcun chi. Mi vien da dire che la seconda possibilità è che al “tutto” non interessa che la “parte” possa percepire, esperire l’ulteriore nella sua pienezza. Al “tutto” interessa che l’illusione di individualità, di autonomia, di parziale separazione dal R-resto, rimanga verosimile. Al “tutto” interessa che il “luogo di autocoscienza” abbia un contesto entro il quale costruire un mondo di senso. Al “tutto”, interessa insomma che i “luoghi” siano convinti di generare (da soli ed insieme) un mondo adeguatamente percepibile, pensabile ed agibile; dei mondi sufficientemente condivisibili. Al “tutto” interessa che quel mondo generato, basti ai “luoghi di autocoscienza”. Messa così, dovremmo accontentarci di quello che vediamo, sentiamo, pensiamo. Ma anche se non ci accontentassimo, al “tutto”, al grande Essere (chiamiamolo così, il Grande Sistema Vivente) non fregherebbe una minchia assoluta.
Mi inchino al Grande Ulteriore. Mi?
