Archivio per Luglio, 2006

Ulteriormente

Luglio 28, 2006

E’ scorretto pensarci come “individui”. Più sensato è immaginarci “parte” della medesima “Cosa” e, come parti di una medesima “Cosa”, immaginarci come luoghi in cui emerge una facoltà sensoriale apparentemente autonoma dal resto. Questa facoltà, vista a livello di “io cosciente”, di fatto ci impedisce di cogliere la continuità di ciò che chiamiamo “io”, con il resto. Cos’è il “resto”? Il “Resto” è l’insieme, la totalità. Il “resto” è anche gli altri luoghi dotati di facoltà sensoria e sensificante.

Le domande “che cosa sia il reale”, “che cosa sia il reale che non percepisco” e “che cosa sia il reale che, percepito ed elaborato, presentifico in me”, possono condurmi ad un dilemma. Vale a dire: è reale ciò che percepisco del reale? E’ irreale ciò che non percepisco del reale?

Ciò che chiamo realtà, ha in sé una ulteriorità che mi è negata o almeno risulta di non immediato o facile accesso (alla coscienza, alla conoscenza, alla esperienza).

Dovrei quindi pormi una ulteriore domanda: “qual è un modo giusto per affrontare la ulteriorità del reale?” Potrei rispondere con un impegno a percorre un cammino di consapevolezza. E’ una possibilità da tenere in considerazione. C’è un’altra possibilità: è quella che l’intenzionalità, la volontà di “possedere” l’ulteriorità del reale, da parte del “luogo emergente di autocoscienza” (il vecchio individuo), non sia una funzione che trova risposta nel “tutto” o in una ulteriore “emergenza” – chiamiamola evolutiva – verso la quale potremmo procedere, ma piuttosto una nostra “inutile” sovra-eccitazione a circuito chiuso. Inutile a chi? Al “tutto”; alla ulteriorità del reale che ci rimane negata. Negata a chi? A nessun chi, non essendoci alcun chi. Mi vien da dire che la seconda possibilità è che al “tutto” non interessa che la “parte” possa percepire, esperire l’ulteriore nella sua pienezza. Al “tutto” interessa che l’illusione di individualità, di autonomia, di parziale separazione dal R-resto, rimanga  verosimile. Al “tutto” interessa che il “luogo di autocoscienza” abbia un contesto entro il quale costruire un mondo di senso. Al “tutto”, interessa insomma che i “luoghi” siano convinti di generare (da soli ed insieme) un mondo adeguatamente percepibile, pensabile ed agibile; dei mondi  sufficientemente condivisibili. Al “tutto” interessa che quel mondo generato, basti ai “luoghi di autocoscienza”. Messa così, dovremmo accontentarci di quello che vediamo, sentiamo, pensiamo. Ma anche se non ci accontentassimo, al “tutto”, al grande Essere (chiamiamolo così, il Grande Sistema Vivente) non fregherebbe una minchia assoluta.

Mi inchino al Grande Ulteriore. Mi?

Materia

Luglio 27, 2006

L’essere umano può presentificare la realtà, avere delle idee della realtà.  E questa è una cosa che mi appare straordinaria: la capacità di rendere ed avere presente ciò che non ha davanti a sé; la capacità di avere in un dentro ciò che appare in un fuori. Ciò che non c’è più, ciò che non c’è ancora. La domanda a questo punto però è: quanto di quelle idee c’è nella realtà? Quante idee del reale posso ritrovare nel reale? Come faccio a cercarle, a trovarle e riconoscerle? Se, ad esempio, ho in mente dei valori da realizzare, come faccio a misurare la presenza “reale” di quei valori nel reale; come faccio per capire quanto delle mie idee (valori) si sono materializzate, concretizzate, realizzate? Le idee della realtà, stanno nella realtà? Il reale che presentifichiamo, che presentifico, ha qualcosa a che fare con il reale presente? Oppure è un tutt’altro reale? È un “reale ideale”, per dire? Ma la realtà, è reale? Può, in sostanza essermi accessibile al di là della mia capacità di presentificarla? Se sì: come si fa ad accedere alla realtà senza presentificarla, senza idearla? Se no, come si fa ad avere delle idee reali del reale e ideare un reale-ideale, reale?

Tu

Luglio 27, 2006

L’interlocutore di un autore di post è una sedia vuota col cuscino ancora tiepido. L’altro è il problema. In quanto multiforme e, nello stesso tempo, informe, è il radicalmente altro che arriva a sostanziarsi anche della sua assenza. E’ la metafora dell’assenza, idealizzata in un fantasma che lascia tracce deboli. La debolezza dell’altro è specularmente la debolezza di una identità che si misura con l’ombra della sua infinita rifrazione.

Estate 2006

Luglio 25, 2006

22:39  Israele, raid aereo, bombe su postazione Onu
Una postazione di osservatori della Nazioni Unite a Khiam, nel settore orientale della frontiera del Libano meridionale, è stata bombardata stasera dagli aerei israeliani. Lo ha reso noto la polizia libanese.

Caffè

Luglio 25, 2006

Oggi ho condito il caffè del primo mattino con due cucchiaini di sale. In casa usiamo zucchero di canna non raffinato. I due barattoli non si somigliano affatto. Sono pure in due posti diversi. Il caffè l’ho gettato. Faceva schifo. Ieri ho letto che lo zucchero usato con bevande energizzanti, annulla l’effetto energizzante della bevanda.
Volevo del caffè non eliso. Del caffè con il sale. La mia vita ha bisogno di sale. Abbondante, almeno due cucchiaini. E di caffè.
Avrei dovuto berlo.

Porta

Luglio 25, 2006

Dal di qua vedi solo una parete che dà sul nulla, come un dipinto di rothko. Dietro, o c’è il nulla o c’è una nuova vita. Scegliere. Ma quella porta è anche un aldiquà, un rovesciamento: io sono nell’aldilà di un aldiqua. Qui è il nulla oppure è la vita. Di là è la domanda. Io sta dietro la medesima porta (alla quale io sto davanti), a formulare la medesima domanda.

1 Per quale motivo, per quale prima, sono arrivato qui? 2 Per quale motivo ulteriore, per quale altro laggiù, sono qui? 3 Perché sto qua? Che c’è qua?
Perché. La parola “perché” ha il potere di essere oltre il qui ed ora; ha il potere di andare e tornare, passando per di qua. “Perché” mi crea un sacco di seccature. A cominciare dalla faccenda n. 2, ovvero l’“andare a”. D’altra parte la n. 2, mi può tornare utile per riempire di senso la n. 3. Che ci sto a fare qui, ha come risposta: qui è solo di passaggio. Qui è sempre e solo di passaggio. Ma è vero che, abitando nel qui, tutta la vita finirà con l’essere di passaggio. Anche la n. 1 mi aiuta a riempire di senso la n. 3. Sono qui perché ci sono finito. Qui è una condanna, una conseguenza: è quel qui che doveva venire e che costantemente avviene. La n. 1 e la 2 coesistono – nell’umano tentare di dare un senso a tutto ciò (le prova tutte l’umano) -, determinando un corto circuito ontologico: qui è quello che non è ancora, né sarà mai, ma che è già e sarà sempre. Almeno fino alla morte.

La soluzione è aprire e varcare la porta per impedire all’altro te stesso che sta dietro la porta di varcarla.

Modelli di comportamento

Luglio 24, 2006

Il comunismo degli spermatozoi, nell’utero, è pura utopia.

Il fatto che tra gli spermatozoi, quando c’è il gran premio in palio, possa vincere solo uno di essi – che si presume essere il migliore della produzione giornaliera, quello con la emme maiuscola –, lo correlo paripari ad altri ambiti della vita degli umani.

Il modello competitivo ha una sua ragione d’essere nel corrispettivo pre-umano del comportamento spermatozoico.

Questa società ci chiede di comportarci come il migliore degli spermatozoi.

Non si è mai fatto un funerale ai miliardi di bisciettini sfortunati, rimasti inesorabilmente indietro o caduti nel vuoto. Non si è nemmeno mai pensato ad un premio di consolazione per i secondi arrivati.

Uno vince, il migliore (la fortuna aiuta). Stop.

Così bisogna essere: campioni di risalita nell’utero della vita.

I perdenti non pretendano funerali o premi di consolazione.

Bombe umane

Luglio 23, 2006

Ciò che non esplode, implode. Oppure gioca a carte con l’umidità.

Tette

Luglio 22, 2006

Ci sono azioni che si spiegano solo in riferimento all’effetto tetta. Si tratta in sostanza di distrazioni verso un oggetto  capace di mandare in trance in virtù del desiderio del quale è investito.

Recensioni

Luglio 22, 2006

In fondo, per descrivere qualche cosa, occorre utilizzare qualcos’altro. Si usano alcune cose per spiegarne altre. Che si tratti di una spiegazione, di una descrizione, del racconto di una esperienza, in tutti i casi “qualcosa viene descritto grazie a qualcos’altro”. Una recensione è dire qualcosa di una cosa usando qualcos’altro. Si potrebbe sviluppare all’infinito. Ciò che è divertente, è che “la cosa” prima, qualla da descrivere, è ancora lì, inviolata.