Il dolore per una persona che se ne va, è dolore per la persona che se ne va oppure, anche, è dolore perché la persona che se n’è andata ha portato con sè ciò che noi rappresentavamo per lei? Insomma, voglio dire che il nostro dolore è tale anche perché (o soprattutto perché) se n’è andato definitivamente un pezzo di noi stessi.
Luglio 19, 2008
Voglio scrivere di triangolazioni o qualcosa del genere.
Scrivere del fatto che quando sono solo, quando non sono che in compagnia di me stesso, accade qualcosa. Accade che il mondo rallenta, fino a fermarsi.
Forse voglio scrivere della rinuncia al forse, che più che una rinuncia, dovrebbe essere un voto: finirla con l’usare la parola forse.
Oppure del fatto che penso una cosa, ne penso un’altra e poi dimentico la prima, in un susseguirsi di inettitudine al fare legato al sopravvenire continuo di argomenti sostituibili a piacimento nello scorrere delle mie invenzioni quotidiane per la sopravvivenza in questa vita senza sottotitoli.
Ma anche del fatto che mancano le parole, e prima di queste manca anche la coscienza dei fatti – se si esclude una loro vaga percezione. Come dire: accade qualcosa, sento l’impeto di afferrarla, di coglierla, ne colgo la coda sfuggente e non il corpo, ma non trovo nemmeno la forza, la disponibilità, le parole per cominciare a tratteggiarla. Perdo anche i pezzi dei pezzi.
Della triangolazione mi interessa il fatto che quando sto solo è come se non avessi riferimenti. Quando sto in mezzo ad altri, anche solo una persona, la sua posizione diviene il corpo di risonanza che mi riestituisce nel suo vibrare la mia presenza, la mia posizione. L’altro diviene il risuonatore che riporta me. E’ come dire che se io ho dei riferimenti al di fuori di me, posso anche avere una posizione, posso definirla, localizzarmi. Viceversa, senza punti di riferimento, potrei essere ovunque. Il vincolo degli altri diventa la mia possibilità. Penso ai pipistrelli, che sono ciechi e fischiano e col fischio che ritorna riescono a volare, a localizzare e localizzare. Quando sono solo, gli altri me li devo inventare, ricordare, se non altro. Li faccio vivere dentro per averli – ricordandoli – fuori, e avendoli fuori, posso trovare il mio posto. Questa, credo, è la funzione di dio, del dio-persona. Con la onnipresenza del dio-persona, non sei mai solo. Non essendo mai solo, hai sempre una posizione. Ma io non credo in dio, non credo a questo giochetto. Credo che dipendere dagli altri (far derivare la propria posizione dalla posizione altrui) è una rottura. Occore, in un certo senso, seguire gli altri, collocarsi per esere collocati ed evitare di non essere risuonati negli altri. In un certo senso occorre essere nelle loro corde, per avere da loro il suono che ci disegna, che ci ricalca. Ecco dunque l’imbarazzo della solitudine e questo bisogno problematico della alterità.
Se penso agli stati d’animo, alle emozioni o a cose tipo la motivazione, la gioia che quasi ingenua cancella le pretese che anticipano il fare (sempre presenti quando son solo), penso che l’altro, con la sua posizione che rimanda alla mia, mi dà la sicurezza di avere un posto e con ciò, la possibilità di dedicarmi ad altro. A cosa? Al piacere di gustare le cose senza doverle soppesare.
La presenza degli altri, in qualche modo, mi da pace. In realtà non è proprio così. Io, con gli altri spesso mi annoio. Ma prima di annoiarmi, ho la opportunità di sedere, di non preoccuparmi più di avere un posto in cui sedere. All’altro posso rispondere. A nessuno, no. Quando rispondo realizzo un secondo passaggio importante: quello di precisarmi, di dirmi, di passare alla negoziazione di quel riscontro che l’altro risuonando dà di me, a sé e a me.
Esiste un altro modo di trovarsi? Esiste un modo di trovarsi prima di trovare qualcuno che ci trovi? Escluso il metodo del dialogo con dio, ovviamente.
Ma c’è un altro problema. Ed è, come dire, il movimento. Perché non basta avere una posizione (io sento che non mi basta). Occorre introdurre la variabile “direzione”: il dove vado. E questo “dove vado” è il progetto. Sembra che senza progetti non si possa vivere. E se non si tratta di progetti o di obiettivi, si tratta almeno di futuro, del domani. Oggi vivo la mia preoccupazione per il domani. La preoccupazione del dove andrò, del dove sarò, del dove voglio o vorrei essere e stare. E questa facenda riguarda certo il futuro, ma anche quella distanza che si compie nell’arco di mezze ore, di mezze giornate.
E dunque. Forse (ecco un forse da vietare!) anche la posizione del futuro può essere desunta per triangolazioni e riscontri, risuonamenti.
Non è questo.
Non è questo il problema.
Il problema riguarda un emozione che veste l’idea del domani. O non la veste. E non vestendola, il domani cessa di esistere. Cessa di esistere come spazio vivibile e desiderabile. Il futuro non esiste se non desiderato.
Ma è anche vero che “Il futuro esiste anche se non desiderato”.
Qual è la differenza?
Forse le triangolazioni tornano utili nel momento in cui il futuro è uno spazio ipotizzato e vestito dal desiderio e dalle emozioni, ma anche abitato da idee di altri. Gli altri come idea, che abitano il futuro ipotetico, potrebbero anche essere meno ipotetici e più veri, se il futuro diventa il campo di relazione del presente.
Se è così la presenza attuale degli altri può diventare anche apertura per la possibilitazione del futuro. Se il futuro è un sogno sognato insieme, uno spazio sognato che rimanda la possibilità di abitarci e di garantire quella reciprocità che è il darsi una posizione e una possibilità di muoversi data quella posizione (possibilità che corrisponde alla libertà), allora il futuro esiste. Si prepara sin da adesso.
“Non riusciamo più a sognare insieme il sogno del futuro”. Ecco il problema. Non ci triangoliamo. Non risuoniamo l’altro. Oppure manipoliamo il suono risuonato per collocare l’altro in posizioni comode a noi, inaccettabili per lui. Posizioni fisse, statiche. Fissazioni di posizioni. Suoni preparati.
E quindi, riprendendo..:
esiste un altro modo di trovarsi? Esiste un modo di trovarsi prima di trovare qualcuno che ci trovi?
Dunque
Ottobre 15, 2007“Come stanno le cose” e “come dovrebbero stare le cose”, di questo si occupano – con scarso successo – le persone.
Venghino
Ottobre 14, 2007Le idee sono quella cosa che o ti viene in mente oppure no. Il fatto che vengano in mente fa la differenza.
In
Agosto 14, 2007Non basta vedere. Occorre riuscire a vedere nel vedere. Non basta fare: occorre fare nel fare. Solo così il mondo si rivela, un poco alla volta. La “cosa nella cosa” si chiama conoscenza sottile e non è in distribuzione gratuita.
Tu chiamale se vuoi
Agosto 14, 2007Dicono (gli scienziati) che le emozioni sono alla base dei nostri comportamenti ed azioni, delle nostre scelte e giudizi, del nostro dar un senso od un altro alle cose, all’esperienza. Credo che le emozioni siano esseri viventi immateriali che ci vivono dentro, come parassiti. Esse chiedono di essere alimentate e più mangiano più si ingrassano e aumentano di volume. Meno mangiano, meno spazio occupano: rimpiccioliscono fino a sparire, fino a morire. Più mangiano e più vogliono mangiare. Meno mangiano e meno reclamano. La domanda, allora, è: quali emozioni sto alimentando? Quali di esse son diventate obese, da pretendere tutto per sè? Quali emozioni ho affamato e decimato? Quali emozioni altrui alimento? A quali mostri emozionali sto dando vita? E’ evidentemente un circolo vizioso: l’agire ed il giudicare, il dar un senso al mondo e una forma al pensiero, alimentano alcune emozioni e le emozioni alimentate inducono alle azioni, ai giudizi che le alimentano.
Le ossessioni fanno l’alito cattivo
Luglio 21, 2007Ciò che rende una persona sgradita agli altri, è l’insistenza sorda delle sue ossessioni.
